Letture

A proposito di “D’azzurro, di nero e di verde”

31 dicembre 2018
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Tra i libri che ho potuto leggere in questo scorcio di 2018, vado rivedendo fra me e me, in una sorta di veloce rassegna, alcuni degli ultimi titoli: le poesie cristalline, veri tuffi al cuore, degli “Occhi non possono morire” dello scrittore ed editore Giuseppe Manitta, il romanzo “L’ultima notte di Achille” della bravissima Giuseppina Norcia, e un libriccino edito dalla Paoline, “Appassionata”, che è poi l’intervista al celebre soprano Daniela Dessì, la cui scomparsa, avvenuta nel 2016, mi ha davvero colpita, amando molto la musica, e anche il melodramma. Casualmente, qualche giorno fa, ne ho adocchiato sugli scaffali di “Betlemme” – pareva quasi attendesse proprio me – il libro-intervista, scritto due anni prima che la cantante lirica venisse a mancare, e a lei dedicato dal critico musicale Mario Dal Bello.

 La palma dell’ultimo libro del 2018 va sicuramente a “D’azzurro, di nero e di verde”, di recente presentazione, pubblicato per A & B Editrice dallo studioso e classicista Salvatore Martorana che, parallelamente ad una pluriennale carriera di preside nei licei e, prima ancora, di docente di Lettere classiche, si è dedicato ad una intensa, incessante attività di filologo e di letterato, oltre che di poeta e, soprattutto, di apprezzato saggista. Tra le ultime opere che, di lui, ho avuto il privilegio e l’onore di leggere, l’edizione critica della “Passio sanctorum septem dormientium” e la “Passio Sanctae Venerae V. et M.”.

Peraltro, per gli amanti di titoli e riconoscimenti vari, apprendo solo ora, dalla quarta di copertina, che il nostro carissimo Autore è stato insignito, dal Presidente della Repubblica, nel 1984, della Medaglia d’oro al merito della Scuola, della Cultura e dell’Arte e, nel 2002, del titolo di Cavaliere al merito della Repubblica. Accidenti che, nelle bellissime conversazioni sul mondo classico e sulla letteratura che ci accomunano, egli non mi ha mai menzionato, preferendo piuttosto soffermarsi su ben altro, per esempio i suoi saggi, scritti per “Orpheus”, “Laboratorio”, “Bollettino di Studi Latini”, etc.

Ma quest’ultima opera, “D’azzurro, di nero e di verde”, permette di cogliere a pieno, per quanti non ne abbiano ancora avuto modo – nonostante l’ampiezza dei suoi interessi culturali e la loro profondità – la dimensione umana e quella spirituale e, per così dire, etica, che orientano e determinano il suo slancio intellettuale e il suo ardore di ricerca e conoscenza.

Non semplice raccolta di memorie, riguardanti i lunghi periodi di cura, le degenze e gli affanni che lo condussero, sin dai ventinove anni d’età, ad affrontare un male terribile e che non lascia scampo, ma, soprattutto, le riflessioni umanissime e nitide che quelle tappe miliari della sua esistenza hanno contrassegnato, giorno per giorno, facendogli attingere forza e coraggio dagli affetti familiari e dalla bellezza dei valori più puri, a lui più cari, cui orientare e il proprio agire e le proprie scelte di vita.

Fra tutte le figure, accanto a quelle dell’adorata moglie e dei figli, campeggia il volto bellissimo e austero della Madre, il legame forte che a lei lo univa, il nucleo di sentimenti che, dopo averlo ella dato alla luce e cresciuto e formato, con la dolcezza del suo amore e delle sue premure, è divenuto balsamo alle sofferenze e sorgente di speranza. La stessa speranza che, alla fine del libro, gli infonde la certezza che, un giorno, potrà riabbracciarla.

Il libro custodisce e, man mano, rivela i tesori di una prosa asciutta e sobria, originale e accurata, senza mai risultare arida o, al contrario, melensa. Preziosità e nitore di pagine letterariamente perfette, dove prosa e poesia, poesia e prosa della vita brillano di un’unica luce, struggente e meravigliosa. Ed è l’amore che impronta queste righe preziose a renderle ancor più perfette e terse.

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