Letture

A proposito di “Quel nome è Amore”

10 aprile 2017
Paola Liotta letture
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Ci sono dei libri che ti fanno desiderare di averli scritti tu, tale è la loro coraggiosa bellezza, e leggerli ne è la vera ricompensa.

Bellezza di certi ritratti eleganti nero fumo dove puoi sentire pure l’eco delle risate, delle lacrime, dei baci perduti, di un ultimo saluto, e sono storie d’amore in cui alita quel bagliore che le ha consacrate e rese degne di memoria.

Bellezza e coraggio di una scrittura lucida, seducente e colta, che osa trasfondersi nell’altro e dargli voce, perché, nel dare corpo a storie così forti e travolgenti, si possono correre due rischi: quello di confinarle nel limbo ossidato di un passato bell’e concluso, imprigionandole nei limiti della pagina, o di perdersi in esse, sconfinando nell’eccesso, nel melodrammatico.

Invece, facendo respirare liberamente le creature che le hanno davvero vissute, si coglie il loro sgorgare oltre il tempo, ovvero il loro esserci sempre. E sono nomi tra i più osannati dell’arte e del genio umano a fagocitarci nelle loro trame, nel loro mondo, nel loro stesso senso, a partire da un intenso Jean Cocteau, e dal suo amore per Raymond Radiguet.

Tutte le storie vissute – preferisco il termine “vissute” a  “scritte”, “descritte”, “delineate” – in “Quel nome è amore”, sono esse stesse un atto d’amore, nell’essere donate al presente, a noi, dal loro autore. Come bella e coraggiosa, ed essa stessa atto d’amore, la scrittura che le esalta e magnifica.

 

Le note di un unico movimento, questi Itinerari d’artista, e non solo: una recherche dell’umano nell’uomo, in quanto egli ha di coraggioso e bello, per tornare al nostro assunto. Tante tappe, quante sono le storie riportate a galla dalle brume del loro passato, del sentimento declinato. Il suo nome, Amore: il “senza tempo”.

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