Letture

Di piccioni e naufragi pomeridiani

11 luglio 2018
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Dal fantasioso, enciclopedico “Volario” di Alfredo Cattabiani planare sulle pagine di un poeta dei giorni nostri, nei cui versi cardellini, cigni e anatroccoli inseguono l’oltre immersi nello sfumato esistere quotidiano, impregnato di suoni inauditi, arditezze lessicali e chiarità d’aria.

Ispirata dalle “Cucine celesti” del viareggino Roberto Amato, mi soffermo così sui “Dieci colpi d’ala” del suo piccione, dopo aver contemplato la quiete preziosa di statua immota nel meriggio di un piccione sulla mano di un tritone, romano di Piazza Navona, e poi quella solinga di certi piccioni ragusani pietrificati nella calura dell’ora:

“In dieci colpi d’ala era in cima al Carmelo/ ed era bellissimo/

– la grazia del piccione che si alza/ d’incanto e sale sino al Padre”.

Dove la tensione, forse vanificata, di una rivelazione si risolve in approdo? L’orizzonte è libero da orme umane e spazi smisurati si stendono nel moto ondoso dell’eterno fluire delle cose. Un velo di pietas segna i versi successivi come una musica lenta dell’anima, che, da quell’altezza insondata, può coglierne a perdita d’occhio la desolazione:

 

“Ma lì guardava quello spazio vuoto/ senza più senso/ quell’onda di colline lontanissime –,/

sembrava così triste/ così triste/ come nessuno ho visto/ tranne Cristo”.

 

La risposta non la darà certo a noi il poeta, e non traspare qui alcun intento didascalico o consolatorio – ché la poesia è ben altro, seppure svelamento e lenimento di contraddizioni – ma la stessa vita, ed è nel valore immenso di cui la sostanziamo.

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