Letture

In un’aura di luce che splende ovvero a proposito di “Pioggia e settembre” di Orazio Caruso

27 marzo 2017
pioggia e settembre
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“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,/ le cortesie, l’audaci imprese io canto…”, e viatico migliore in epigrafe, se non questo, non potrebbe darsi per un qualunque romanzo contemporaneo che si muova nei meandri del nostro tempo, cangiante e forte di ben ramificate ascendenze classiche e di accorti rimandi al sentire di ogni uomo, di ogni secolo, epoca o temperie egli sia. Un romanzo apparentemente centrifugo, già nelle svolte iniziali, dove si delineano le varie nature dei diversi personaggi, le cui vicende si slargano secondo una prospettiva che va dal particolare al generale a guisa di cerchi concentrici, come quelli famosi di certi stagni, sulle cui sponde giocare a lanciare le famose pietruzze, a gara. Il nucleo della vicenda, di tante vicende, germoglia dalla storia di tutte le storie alle falde della montagna di tutte la più alta –  Mungibeddu, o ‘a Muntagna, nell’immaginario comune – la montagna per eccellenza, tanto che così è stata indicata per secoli nel dialetto locale. Stiamo dicendo della zona etnea, e, nel dettaglio, di Vignola Etnea, dove la trama si dipana. La storia di tutte le storie è una Natività che, sia essa del genere umano, si legga la Genesi, o quella del Re dei Re, si legga per tutti il Vangelo di Luca, o questa del libro, sottesa al più inquieto dei risvegli – come è intitolato il primo capitolo (Inquieti risvegli) – convoglia in sé una carica travolgente di rinnovamento e di speranze.

Dalle prime righe di quegli “Inquieti risvegli” vengono perciò a squadernarsi le variabili di Vanessa Rapisarda e lo stesso punto d’origine della narrazione, evocato in un provvidenziale salto indietro, quell’epocale 11 settembre del 2001 in cui la giovane ha dato alla luce Agata, “la figlia giudiziosa che, germinandole in utero, è poi sbocciata all’aria aperta e ha cominciato a girarle intorno come un pianeta che rispetta solo in parte le leggi di Keplero”. Così apprendiamo anche della sua propensione “di sicuro  ereditata dal padre avventuriere e sognatore, a cacciarsi nei guai”. Un’altra avvertenza, questa, dell’esordio, un indizio ulteriore del cammino ondivago che ci  attenderà nella lettura del romanzo serrato, e assieme divagante e ironico, di Orazio Caruso. E tanti altri segnali, disseminati qua e là, potranno nel finale ricomporsi in quell’unicum che tutti li albergherà e significherà, traducendo in un abbraccio il senso ultimo del testo, e della vita. Quando le tempeste si placano, allorché il destino del singolo giustifica il cammino, l’eroe sconfigge il drago, la violenza è battuta dal coraggio, ed i cavalieri, “dopo faticose peripezie”, possono sedere assieme alla stessa tavola – rigorosamente rotonda – e così “brindare alla vita” nel suo valore più grande.

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