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Incontro con il maestro pittore Corrado Frateantonio

27 marzo 2017
Aretusa
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In occasione dell’evento inaugurale dell’ AMAC – Arte Musica Popolare Mediterranea – che  sarà impreziosito dall’esibizione del percussionista Alfio Antico, il prossimo 2 aprile 2017, nei locali del Teatro Comunale Garibaldi di Avola, ripropongo la mia intervista all’artista pittore Corrado Frateantonio, alla cui memoria l’associazione è stata dedicata.

Della figura, dell’energia creativa e della semplicità di C. Frateantonio serbo un bel ricordo. Egli mi propose, a suo tempo, di riprendere per la copertina dei miei versi su Aretusa proprio un suo dipinto omonimo, così come, l’anno successivo, avrebbe voluto coinvolgermi nella stesura del catalogo della sua ultima mostra. Fu proprio durante quell’esposizione nell’attuale sala Fratantonio, che gli è stata intitolata postuma, che il nostro incontro poté infine tradursi in qualcosa di concreto, a pochi mesi dalla sua prematura scomparsa. Infatti il frutto di quella chiacchierata sincera e spassionata è stato affidato alle pagine che sono poi confluite nel numero della rivista dell’Associazione culturale “Avolesi nel mondo” del luglio 2011, per come lo riporto.

 

L’INTERVISTA- Incontro con il maestro pittore Corrado Frateantonio

Un artista eccezionale e il senso del sacro nella sua ispirazione ovvero il divino, nell’umano. L’umano, un’ansia di superarsi nel divino

di Paola LiottaCorrado Frateantonio e Paola Liotta

Dato il titolo della mostra, “Ricerca del sacro e rappresentazione del divino nell’opera del maestro Corrado Frateantonio”, quale senso del divino si è voluto esprimere con i dipinti selezionati per l’occasione?

 

-Il senso del divino è un qualcosa che ognuno di noi si porta dietro, che fa parte del nostro io recondito, e non mi riferisco certo alla religione inculcata e vissuta nelle sue pratiche esteriori; infatti, non è possibile ridurre la religiosità al solo versante dottrinale o a quello del culto. Tale senso del divino si accompagna, in me, al ricordo di una persona speciale, un vero educatore, oltre che un uomo di chiesa, padre Antonio Puzzo, uomo energico e impegnato nel sociale, che tanto ha fatto per la gioventù avolese dei miei tempi. Padre Puzzo aveva colto in me la ‘diversità’ dell’artista, mi aveva osservato mentre seguivo mio padre – valente scultore di pietra bianca locale- che scolpiva la facciata e curava  i lavori all’interno della chiesa del Sacro Cuore. Lui aveva colto in me questa passione per l’arte che, poi, mi avrebbe portato lontano da qui, seppure sempre legato a questi luoghi. Di padre Puzzo ricordo un episodio risalente alla mia fanciullezza quando, nello spiazzo del vecchio mercato, all’improvviso dei covoni di grano presero fuoco e lui, il nostro ‘Don’, don Antonio, la tonaca al vento, sovrastando tutti, si diede da fare per spegnere l’incendio, riuscendoci. Ecco, agli occhi di noi ragazzini non era solo un prete come gli altri, da allora divenne una specie di eroe.

 

Maestro, vorrebbe riepilogare le tappe più significative nella sua formazione artistica e spiegarci come ha scoperto questa prepotente inclinazione per la pittura, destinata ad avere la meglio tra le sue varie inclinazioni artistiche?

 

-Fin da giovane, mi sono occupato di cinema e di teatro, ho studiato scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. A Roma, ho potuto seguire i famosi corsi di architettura a Villa Giulia e vinto il concorso per il Centro Sperimentale di Cinematografia a Cinecittà, dove ho assimilato la lezione dei mostri sacri del nostro cinema, Rossellini, Loj, Blasetti. Negli anni Settanta, ho lavorato con Carmelo Bene, erano gli anni del suo famoso Pinocchio, e poi, a Roma mi sono veramente imbevuto di cinema e di teatro, respiravo l’aria libera della Capitale, rivivendone le principali correnti culturali e artistiche del tempo, mentre curavo scenografie per rappresentazioni teatrali e per note produzioni cinematografiche e televisive. La passione per la pittura, però, non mi ha mai lasciato, è rimasta un’eco lontana dagli anni della mia fanciullezza, che, man mano, si è fatta strada dentro di me, fino alla piena consapevolezza. Basti pensare che, da piccolo, mi esercitavo su pezzi di cartoncino o di cartone rimediati da vecchi sacchi della farina. Allora mio padre era impegnato anche nell’intagliare cappelle storiche del locale camposanto -è stato un provetto artigiano della nostra pietra bianca- e io, che lo seguivo al lavoro, mi dedicavo, in un angolo, a riprodurre i volti degli angeli del camposanto e scorci del paesaggio intorno. Così, credo, sia sorta la passione per il disegno e per la pittura.

 

A quali opere, tra quelle in esposizione, è consegnata, assieme al senso del sacro, la predilezione per dei temi ricorrenti, quasi assi portanti della sua produzione, che lo legano indissolubilmente alla sua terra natia? Esistono, a suo avviso, delle tecniche pittoriche più congeniali a questo tipo di contenuti? 

 

– A tale proposito, vorrei ribaltare la definizione che spesso si è data della mia opera, quell’etichetta di essere una specie di “pittore dei poveri Cristi” della mia terra. Mi interessano tutti, e dico tutti, quei temi che riguardano l’uomo, in cui l’uomo è il protagonista, perciò non pongo limiti alla mia immaginazione. Non solo “poveri Cristi”, nella mia pittura, benché il mio mondo sia stato pure a ragione descritto come “duro e vile”, poiché amo cogliere nei miei soggetti le rughe, le callosità, la fatica della vita contadina, che costituiscono le mie radici e mi riportano all’infanzia, ad una realtà che ben conosco. Inoltre, non è prerogativa dell’artista di essere “solo davanti all’ignoto”, perché ogni uomo lo è, più o meno consapevolmente. Tuttavia, non posso non concordare con il giudizio di Amedeo Bonifacio sulla mia opera, riguardo alla  fede e alla spiritualità nel mio percorso artistico, in quanto all’artista spetta la percezione del mistero e il tentativo di rivelarne la verità. Quanto alle tecniche pittoriche che preferisco, le ho sperimentate un po’ tutte, ma, ormai, prediligo i colori acrilici, che sono meravigliosi, perché, asciugandosi subito, danno la possibilità di assecondare la propria creatività, senza doversi fermare affinché la tela si asciughi, così evitando di interrompere l’opera in corso. Le tecniche miste, poi, permettono di perfezionare, completare, aggiungere dell’altro a un quadro, dal punto di vista cromatico e della rappresentazione d’insieme.

 

Concorda con l’interpretazione di Ugo Giordano secondo cui, nel suo atto creativo, Lei “ferma un istante della vita terrena, materializza tuttavia il dolore e lo rende eterno”? In quali opere può dire di aver conseguito a pieno tale fine?

 

– In base al tema religioso prescelto in relazione ai tempi e agli spazi di questa esposizione, mi hanno particolarmente ispirato le vicende della Passione, Crocifissione e Resurrezione. Quello della Crocifissione è il tema più ricorrente, a partire dalla Crocifissione cubista, che risale agli anni  ’60, realizzata con la tecnica del collage su carta di riso. Anche quello della Deposizione è un tema che mi ha molto affascinato. In tale sede, ne ho esposte due: nella prima, le scale, in diagonale, sono poste davanti alla croce; nella seconda, la personificazione della morte avanza a cavallo sulla scena e le scale restano in secondo piano, dietro la croce. Mi riconosco nell’asserzione di Giordano per il semplice fatto che la dimensione del divino è correlata con quella terrena, dove la vicenda del Cristo si è compiuta.

 

Questo incontro tra la sfera dell’umano e quella del divino in quale quadro si incarna e sintetizza al massimo?

 

-Come ho già detto, la Crocifissione è uno dei miei temi più cari, sempre contestualizzato nei volti e nei colori della mia terra, che sono quelli della mia infanzia. Sono molto affezionato alla Resurrezione del 1997, dove il dolore dell’uomo è superato dalla possibilità di levitare verso l’Alto, come indicano le due grandi ali bianche che vi ho rappresentato, sovrapposte ai bracci della croce, mentre, invece, i piedi delle due figure umane poggiano a terra, sembrano non volersi staccare da terra. Comunque, il mio Cristo è umano, nella sua fisicità, in tutto il dolore che esprime. Questo quadro, tra l’altro, è stato scelto da una speciale Commissione pontificia, cui l’ho sottoposto insieme con la Via Crucis, poi divenuta Via Lucis,  per essere raffigurato nella Chiesa di San Giuseppe a Goma, in Angola, terra che sta vedendo l’attivo  slancio missionario della Chiesa, in particolare dell’ordine Salesiano, malgrado molte difficoltà.

Un’altra opera che mi è molto cara è la Resurrezione del 1995, che rappresenta il Cristo trionfante,  illuminato da una comune lampadina al soffitto, che allegorizza nella sua quotidianità la luce divina, mentre un soldato, di fianco al Cristo, rappresenta la parte abbrutita della creatura, con un elmetto che potrebbe richiamare il nazismo e gli orrori di ogni guerra. Infine,  la Crocifissione del 2003 è una sintesi del disfacimento della carne, esemplificata nelle ossa in primo piano, che costituiscono parte delle figure umane, come già nella Flagellazione del 1989. In tale rappresentazione, perciò, il divino, il mistero della Morte e Resurrezione di Cristo tocca il suo culmine nell’umano. Nel quadro, san Giovanni forma un tutt’uno con il Cristo, la Madonna vi è raffigurata senza volto, perché esprime un dolore infinito nel groviglio dei panneggi, per cui non è necessario mostrarne la fisionomia. Da ciò la forza espressiva dei simboli, nella mia opera, per la potenza della sintesi di cui si caricano, che ho ammirato in un genio quale Picasso ovvero la sua capacità di appropriarsi di ogni cosa, di un oggetto, di una creatura, e di farli propri grazie alla immediatezza del particolare, oggettivato nel simbolico.

 

Ma se ogni uomo, solo davanti al dolore, si trasfigura, potremmo dire che soltanto allora tocca la sua dimensione più vera o, come scrisse Vittorini in quel capolavoro che è “Conversazione in Sicilia”, che “un uomo che soffre è più uomo degli altri” o  no?

 

-Certamente, perché la carnalità, il dolore, la fatica, per me assurgono a simboli della natura vera dell’uomo. Cristo è innanzitutto l’Uomo che tutti ci rappresenta, e il Figlio di Dio fatto Uomo.

 

La ringrazio, Maestro, e mi auguro di poter presto ammirare una sua nuova personale, magari in tale splendida sede.

 

-Con piacere, grazie. Anzi, tra tanti progetti, coltivo il sogno di potere un giorno tornare a vivere qui e illustrare ai più giovani i grandi capolavori dell’arte moderna e contemporanea, nel corso di lezioni- laboratorio di pittura, da tenersi in spazi meravigliosi come questo, finalmente aperti al pubblico.

 

Avola, 31/12/2010                                                                                              P.L.

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