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Intervento di Benito Marziano su “Del vento, e di dolci parole leggere”

27 febbraio 2017
Maestro Corrado Frateantonio
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Del vento, e di dolci parole leggere

Intervento di Benito Marziano

alla presentazione per LibrAvola, 24 ottobre 2009

Credo che tutti conosciamo quella sorta di gioco nel quale viene chiesto ai vari interlocutori di elencare i dieci libri che, in caso di catastrofe, si vorrebbero salvare, o avere con sé nel caso si dovesse finire su un’isola deserta; scelta veramente ardua a mio parere, che, personalmente, difficilmente riuscirei a operare, ritenendo degni di essere salvati molti, ma molti più di dieci libri. Mi è tornato alla mente, questo gioco, quando ho terminato la lettura delle poesie di questa silloge, opera prima di Paola Liotta, pensando che, se mi si fosse chiesto di operare una scelta simile e salvare le dieci migliori di queste poesie, mi sarei ritrovato in analoga difficoltà, e avrei finito col tentare di salvarle tutte, perché tutte le ritengo meritevoli di non andare perdute.
Le ho lette più volte, e ogni volta mi è capitato di scoprire ora un verso, ora un’espressione, ora una sonorità, ora un concetto, un qualcosa, insomma, che, precedentemente, magari, mi erano sfuggiti o non avevo sufficientemente apprezzato o non ne avevo avvertito, a volte, il senso più recondito; e ne traevo, ogni volta, nuove sensazioni, immagini, emozioni che ingeneravano ulteriori pensieri, nuove riflessioni.
E, a un tempo, veniva rinsaldata una mia antica convinzione, quella che i poeti, da quegli egocentrici che sono, parlano sempre e soltanto di se stessi e della loro vita. Ma (ed è questo che fa arte, che fa poesia), parlando di se stessi e della loro vita, parlano della vita di tutti.
E, forse, è per questo che piace la poesia, perché credendo di leggere della vita dei poeti, di venire a conoscenza della loro vita, conosciamo un po’ della nostra vita, e, in definitiva, di noi stessi.
La poesia nasce, ritengo, sempre come manifestazione intimistica, e ce lo ricorda anche Paola Liotta, quando scrive nel risvolto di copertina di questa sua opera, che considera ”la poesia come un angolo ‘tutto personale’ cioè strettamente privato, e privilegiato, da cui meditare sul proprio vissuto”.
E ciò è certamente vero, ma quando i sentimenti, i tormenti, le gioie e le angustie, le ansie e le delusioni, gli affetti e gli amori, in una parola: il ”vissuto”, come lo definisce Paola, viene esternato ed espresso in forme tali da elevarsi ai livelli dell’arte, smette di essere il vissuto del poeta e diviene il vissuto di ogni essere umano, il vissuto di tutti.
Questa universalizzazione del vissuto è ciò che opera il poeta, e avviene in poesia, forse, più che in qualsiasi altra arte. E accade, per il tramite di versi pregevoli, nel caso della poesia di Paola Liotta.
Volendo, ora, entrare nello specifico della silloge, pur senza voler affrontare una particolareggiata analisi delle singole liriche, ritengo necessario anticipare che non mi è stato facile scriverne, di queste poesie, e la prima difficoltà mi derivava dal dover racchiudere in quello che ritenevo dover essere un breve intervento (e sarà breve), il tanto che si potrebbe e ci sarebbe da dire. Perché in esse viene indagato dalla poetessa ora uno, ora un altro aspetto, o sfaccettatura, se si vuole, dell’animo umano, con una profonda analisi introspettiva, puntando l’obiettivo sulla propria interiorità, scandagliandola sin nei più profondi recessi, mettendo in luce sia i lati, gli aspetti dell’animo umano più ostensibili, diciamo, giusto per intenderci, sia quelli che solitamente tendiamo a celare, a volte, persino a noi stessi.
Senza, quindi, per niente dilungarmi, cercherò di fare un po’ una veloce carrellata, senza soffermarmi in un esame approfondito e accurato di tutti i temi e i contenuti delle liriche, ma, sempre per brevi tratti, cercherò di dare un’idea di quello che a me pare di trovare nella poesia della Nostra, secondo una mia personale lettura, che non so se interpreterà poco o molto quanto lei ha inteso comunicarci con i suoi versi. Ciò, anche, tenendo conto di una difficoltà di lettura, intrinseca ai versi, almeno relativamente a quelli nei quali appare una, forse, ricercata intenzione di ‘criptarne’ il senso, come persistesse in lei un indugio a voler svelare del tutto il suo personale ”vissuto”. Versi che, fra l’altro, ritengo si possano ascrivere alla migliore poesia dell’Ermetismo.
(…) A voler seguire, invece, le suggestioni che ispira il titolo dell’intera silloge, che è poi il verso di una lirica in essa compresa, come ci viene ricordato nel risvolto di copertina, si rimane un po’ sviati, ché di qualcosa di incorporeo come il vento e di levità di dolci parole, in realtà, c’è ben poco, in queste poesie, già sin da quella dalla quale il verso è tratto, e dove leggiamo: La mia pace tutt’ora s’intriga / di niente, del vento, e di dolci parole / leggere comprendi?-, ed è la pace / di chi si esalta al refrigerio beato / di quattro conoscenze sentite, poche / e tirate come litanie d’autunno- / le dispieghi per le lunghe, se desideri / patire…(Dolcemente).
Questi versi ci danno già un saggio della complessa concezione della vita che emerge dalla poesia della Nostra, di quanto sia pensoso e agitato quel suo ”vissuto”, del quale, pur con indugi e incertezze, così ci lascia intuire, ha voluto, tuttavia, metterci a parte. Superando una riservatezza che, personalmente, spero superi ancora e presto per darci la possibilità di leggere quella produzione che certamente continua ancora a nasconderci, almeno così pare a leggere il risvolto di copertina, ove ancora scrive di ”una pausa poetica di quindici anni”. Deve tenere, quindi, in serbo una produzione precedente questi quindici anni (…) Questi i titoli e le liriche che hanno riferimenti temporali: Prima, che apre la raccolta: qui la poetessa si abbandona alla dolcezza dei ricordi d’infanzia e del padre, resiste / ancora in me un’eco / di ricordi singolari / d’infanzia legati ad arte / nello scrigno del tempo /… depredati di Te…, scrive; ricordi che in Ora e prima, tornano ancora a un tempo lontano, ma l’età è quella che segue l’infanzia, quando ci accompagnano i sogni: Fitte diaspore / di insetti, /sulla costa, su, / per l’erta di Avola / Antica: guizzanti / nell’anima in fiore,/ e, un po’ oltre: … le schiere / dei miei sogni / miti e di quelli / estivi più agguerriti, /e accanto ai sogni la gioia di vivere: dei sospiri / emessi, di quanto /risi. In Presente, la troviamo in piena età giovanile, quando l’amore si affaccia nella sua vita, come in quella di tutti, con le apparenze di una meravigliosa favola che ci entusiasma, ci esalta, ci disarma, ci appaga, ci avvince, ci possiede quasi interamente: l’amore di chi amo / la gioia di abbracciarti / e di amare in quel che sono, scrive. E l’essenza della vita è, appunto, il ‘presente’, e poco importa il futuro, e poco il passato, aggiunge con versi che comunicano, intanto, una straordinaria ebbrezza di vivere, e che desidero ricordare: Il meglio è unicamente /questo, l’ora in cui viviamo, / non la conquista di un domani / che sarà, e allora? / né un passato che oramai / non ci appartiene, / …mais oui… /, e chiude il verso e la lirica con i puntini di sospensione, quasi a volerci ricordare che la vita continua, comunque, come le va di continuare. Quale eco di epicureo vivere o del ”chi vuol esser lieto, sia” di lorenziana memoria sembra giungerci da questo ”mais oui”! Ma sì! sembra suggerire anche a noi la poetessa, prendiamo dalla vita ciò che nell’attimo è possibile strapparle e non pensiamo ad altro.
Ma non sempre è bello, purtroppo, il presente, l’attimo, e quand’anche lo fosse, il passato, che lo si voglia o non lo si voglia, è anch’esso la nostra vita, e ci appartiene, e ci appartengono coloro che sono stati nel nostro passato; e ci appartiene pure il futuro, anche quando non ci saremo più, perché ci saranno, in ogni caso, molti di coloro che ora ci sono accanto o accanto ci saranno stati, e del futuro di costoro non sappiamo e non possiamo disinteressarci. Non siamo monadi.
E la nostra amica lo sa, e ne dà atto, in alcune liriche, di quanto il passato e il futuro facciano parte del suo presente: il ritorno sovente, ad esempio, al ricordo del padre, o ai ricordi dell’infanzia. Sono il suo passato! E allora? Non vivere del passato! Come si fa?
E in Futuro prossimo, quando scrive: E il mio giorno di festa, / lo attendo,… non è l’attendere, sempre, un’attesa di futuro? Per bene o male che ci tratti la vita, non ci attendiamo un po’ tutti il nostro ”giorno di festa”? O i nostri giorni di festa?
Certamente, fra i due momenti: del vivere giorno per giorno, senza attendere nient’altro dalla vita e questo puntare sul domani, qualcosa è dovuto intervenire a mutare il suo stato d’animo: si è accesa o riaccesa qualche speranza, l’attesa di qualche evento, ora, la allieta.
E sappiamo tutti che nei momenti in cui la vita ci gratifica di un po’ di generosità, si ha la sensazione che di nient’altro ci importi, e si desidererebbe vivere quei momenti in eterno.
In questa scansione temporale, ricordata dai titoli, segue Finale. L’amore, dopo un incontro inebriante ci dice: impietrita come l’ultima volta che ti vidi,/ ebbra di vita, tra le pieghe del sole estivo; /si ridurrà alla debole
speranza di un altro assai incerto incontro, e, poi, smaltita l’ebbrezza, nel rendiconto del dare e avere, chi più aveva dato, ora, più soffre: dopo aver tanto dato, da oscurare / il paesaggio e i volti di chi mi è accanto: / tale lascito raro ebbi da te in dono, / né ricambio di sentimenti schietti.
Segue Infine, che chiude la silloge. Siamo all’oggi, ormai, e alla maturità, perché le liriche sono state composte nel 2008. Della vita e dalla vita ha appreso molto: ormai saviamente / disillusa, leggiamo, e l’enjambement, procedimento metrico che non è il solo, ma è molto usato da Paola, e che a me sembra, generalmente, di particolare efficacia, qui viene a sottolineare, pare, come una pausa di riflessione, quasi avesse voluto concedersela, affinché la sua disillusione non derivasse da affrettate conclusioni, ma fosse veramente, come lei dice, ”saviamente” ponderata. E chiude la lirica e quindi l’intera silloge, con versi che sono un inno stupendo a quella vita, che l’ha delusa e che, tuttavia, non ha inaridito i suoi sentimenti: e, come vedi, non ho /mai avuto bisogno / che d’amare”.

Tra Prima e Infine è racchiuso l’intero arco della vita di Paola Liotta,
dall’infanzia al 2008, quel ”meditare sul proprio vissuto”, per dirla con parole sue, affrontando i temi perenni della vita: l’amore tout court, e ne abbiamo parlato, ma anche l’amore per il padre, con il quale si sentiva un tutt’uno: Fusione immaginaria / di cieli e terra, /… eravamo scrive A mio padre, al quale con versi toccanti rivolge sentimenti profondi di forte affetto e di immensa gratitudine per averle dato un amore che la accompagnerà per sempre e costituirà un po’ l’analgesico al dolore della sua assenza. Questi i versi che mi piace ricordare: Non è l’ora, questa, / di dolersi né nutro / illusioni sempiterne / o un bel niente:/ ci sono, e il mio / ‘per sempre’ sarà / il tuo amore per me. Non cerca metafisici rifugi. Qui viviamo e scontiamo tutto quanto è possibile vivere e scontare, e qui vanno vissuti i sentimenti e gli affetti.

Ma l’affetto per il padre è tema anche di Prima, lirica già ricordata, dove nei ricordi d’infanzia, la figura del padre appare già un po’ incerta, quasi, …a predire d”altre’ / lontananze, due versi, due emistichi, più propriamente, ancora un enjambement, che a me sembrano una meravigliosa e delicata metafora della morte.
Eguale intensità d’affetto nutre per la madre, al cui amore ha affidato se stessa; madre e figlia vivono, nei suoi versi, in amorevole simbiosi, l’una per l’altra: che sia io, in te, / Tu, in me. Lei alla madre ha affidato la sua vita, aggiunge in versi dolci e tristi: <i>eppure il dolore / corrode la tua mite / pazienza d’una volta /e il mio tempo / scivola ora / fra le tue mani / vigili d’amore / lievemente,/. E sono un’unica persona nell’affrontare il … greve passo / per l”ignoto’ / che è la Vita…? scrive in Madre (…).

Un’ultima cosa desidero dire, leggo ancora dal risvolto di copertina, di penna della Nostra: ”tali versi sono sgorgati con semplicità, nella temporanea auscultazione di quanto, delle sue (di sé, intende), energie spirituali e affettive, si era sedimentato,…”. Ebbene, leggendo queste parole mi tornava il ricordo di quanto Sartre, nella ”Nausea”, mette in bocca ad Antoine Roquentin, protagonista di quel romanzo: ”Bisogna scrivere tutto come viene alla penna, senza cercare le parole”. Io credo che questo valga molto per la vera poesia, e apprezzo moltissimo la poesia di Paola, anche perché i suoi versi a me danno l’impressione che scaturiscano da una grande spontaneità, come se le ‘parole’ fluissero dal pensiero alla penna; e, tuttavia, appaiono, come gemme in un castone, tutte perfettamente al loro posto, quindi come fossero ‘cercate’, e i versi lungamente meditati. Specificità, ritengo, anche queste della buona autentica poesia.

                                                                                                                            

       Benito Marziano        

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