Appunti di viaggio

La Principessa che incantò Bakunin

19 febbraio 2018
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“Il n’y a pas d’amour de vivre sans désespoir de vivre”. La citazione, posta in epigrafe a “Zoè, la principessa che incantò Bakunin”, traduce in un lampo il senso stesso dell’esistenza della principessa Zoé Obolenskaja, protagonista dell’ultimo romanzo di Lorenza Foschini, pubblicato per Mondadori (Le Scie) nel 2016.

Non meno eloquente, il sottotitolo dell’opera: “Passioni e anarchia all’ombra del Vesuvio”.

La Foschini, giornalista e scrittrice di grande finezza, esperta di letteratura francese, vaticanista e autrice di saggi e testi divulgativi di notevole spessore, dopo aver preso le distanze dall’intensa esperienza televisiva, dopo l’incantevole “Il cappotto di Proust, storia di un’ossessione letteraria” (2008), si immerge in un’altra storia vera, incredibile e ricca di fascino: quella di una dama dell’alta aristocrazia russa, moglie del principe Obolenskij, senatore, generale di artiglieria, governatore di Mosca. Una donna minuta, fiera e appassionata, che rinuncerà al lusso e agli agi della propria condizione, rivendicando a sé la libertà di scelta e, poi, aderendo agli ideali bakuniniani e rivoluzionari.

La principessa Obolenskaja avrebbe infatti dato un apporto decisivo alla causa di Bakunin, cui fu legata da una profonda affinità intellettuale e da un’amicizia che, a detta di alcuni, assunse quasi i connotati di un rapporto esclusivo, amoroso. Decisivo, questo suo contributo, anche nella stesura materiale del Catechismo rivoluzionario, da non confondere con il Catechismo del rivoluzionario. Fervide, le convinzioni politiche che la animavano, illimitate, le risorse finanziarie, che le derivavano sia dal patrimonio del padre, l’influente principe Sergej Pavlovič Sumarokov, che dalle favolose ricchezze della madre, Alexandrine Panos Maruzzi.

La narrazione si snoda vivida di particolari, ai nostri occhi, capitolo dopo capitolo, e, per Michail Bakunin, in assoluta fedeltà agli anni da lui trascorsi in Italia (1865- 1867) e al conseguente peregrinare per la Svizzera, fino a morire, solo e divorato dai sospetti, a 62 anni, il 1° luglio del 1876.

Ma è Zoè la vera protagonista di tutte e 190 le pagine del testo, è lei la munifica sovvenzionatrice del suo amico cospiratore, fino alla partenza da Ischia, è lei l’anima delle riunioni di anarchici e intellettuali sovversivi che si incontrano, al calar delle tenebre, nella villa ischitana dove l’insolito ménage trascorrerà giorni felici. È lei la donna “Padrona del suo destino”, che sceglierà di vivere, pensare, amare e credere in piena libertà, consapevole dei rischi e delle rinunce cui andrà incontro, donando infine il suo cuore ad un uomo molto più giovane, l’anarchico polacco Walerian Mroczkowski, da cui avrà un figlio, Felix.

Quando lascerà l’Italia, Zoè sa già che “l’attendono giorni movimentati, ritorsioni economiche che metteranno a rischio la sua grande ricchezza e un parto che susciterà uno scandalo di proporzioni incalcolabili per l’epoca, ma ha dentro di sé una forza nuova, la fede incrollabile nelle sue idee e, soprattutto, un flusso di emozioni che la fanno sentire finalmente viva”.

Eroina indomita e incrollabilmente protesa al suo “fatale andare”, sempre fedele al motto dei Sumarokov, “Avanti tutta”.

I capitoli conclusivi, che descrivono lo strazio dei piccoli Obolenskij separati a viva forza dalle braccia della madre, le loro lettere accorate e piene del desiderio di riabbracciarla, i disperati tentativi della principessa stessa di poter ottenere per vie legali la possibilità di rivederli, non possono non rammentare certe pagine del più famoso Lev Nikolàevič.

Impossibile, allora, quando la situazione è precipitata, leggere le righe vergate dalla Foschini non senza immedesimarsi nelle scene più struggenti di Anna Karenina, nel pianto del suo Serëža, incredulo, mentre la madre scivola via per le scale tra gli inchini e i volti addolorati della servitù.

Che non sia questo, in fondo, il compito vero dell’Arte, della Letteratura, al di là di ogni mera parvenza? Ridonare luce al mistero dell’esistenza, affratellare, oltre i secoli, esistenze ben diverse, e donare quel conforto che ha un nome solo: l’humanum, nel sollievo del ricordo, che è pure la memoria del Bene che abbiamo donato, di quello che abbiamo voluto.

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