Letture

La ragazza di Marsiglia

20 ottobre 2018
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A Maria Attanasio, il Premio Letterario Internazionale Alessandro Manzoni, e alla sua magnifica protagonista, colei che fu compagna di ideali e di cospirazione, di battaglie e di vita di Francesco Crispi, il quale, una volta divenuto politico di punta del neonato Regno d’Italia, si sarebbe infine liberato di lei, facendo dichiarare nullo il matrimonio, per sposare la donna da cui aveva avuto una figlia.

 Lei, l’eroica combattente che era partita da Quarto travestita da uomo per seguire il marito, la coraggiosa infermiera – definita l’Angelo di Calatafimi –  e «soldata della libertà», «a fianco di Fransuà», soccorrendo a aiutando feriti e moribondi, sarebbe stata tra le poche donne che presero parte alla Spedizione dei Mille e avrebbe disposto, tra le ultime volontà, di essere sepolta indossando la camicia rossa.

Avvincente, la storia della “Ragazza di Marsiglia”, i fili e gli snodi per cui si dispiega, tanto che, pagina dopo pagina, si avverte una grandezza di visione e di scrittura da restarne commossi.

L’Autrice, nell’anelito di verità che la letteratura “onesta” declina in sé, porta in scena, con Rosalìe, una pletora di figure storiche, minori e non, e come i loro occhi vedono l’eroina, restituendocela ancor più vibrante e ferma di sentimenti e di ideali.

È un romanzo, quello della Attanasio, che, attraverso la storia di Rose Montmasson, ricama un’analisi lucida del nostro Risorgimento e dei suoi dintorni, ante e post, riportandone in luce i crocevia, gli scantinati e gli angoli più bui, essendo invece, spesso, la Storia, ridotta per comodità ad un florilegio di nomi di Grandi, giusto caso sempre gli stessi, tanto che a volte, in essa, il Risorgimento risuona più per fanfare e trame da operetta, tra frasi stantie e polvere di antiche strade di campagna abbellite dagli slanci patriottici dei nostri prosatori e poeti – e cito la grandezza obliata del Nievo – anziché illuminato  nei suoi squarci di libertà e giustizia, laddove molti dei grandi nomi studiati, Mazzini in testa, non ci fanno una gran bella figura. E basti pensare a come Jean Giono trattasse molti politicanti di una certa risma, soprattutto nel seguito dell’Ussaro.

Ed è la stessa storia per cui molte donne, eroine sconosciute, sono passate da sole o al fianco dei loro uomini, perdendovi la vita, combattendo per una patria che ancora non esisteva, ma era già vagheggiata «Una d’arme, di lingua, d’altare,/Di memorie, di sangue e di cor». E penso, tra le tante, alla patriota italiana Colomba Antonietti (Bastia Umbra, 1826 – Roma, 1849).

 

Non a caso, il Manzoni prediletto dalla Attanasio, come leggo in una recente intervista, è quello della «Storia della Colonna infame», lo stesso che, nell’indagine analitica del male e del suo manifestarsi, rileva fasti e nefasti di un mondo marcescente, destinato a perire della stessa mostruosa peste che lo ha prodotto, smascherandone la superstizione quale abietto strumento di dominio sui più deboli, i ‘sacrificabili’, gli umili e gli oppressi, i “Senza Voce” di ogni epoca e mondo.

Eretica figura, di epica grandezza, la nostra Rosalìe, a voler riecheggiare l’ultimo Romanzo-Saggio di Marinella Fiume, e questa è la creatura che germoglia dal rigore e dall’inventiva della studiosa e scrittrice calatina Maria Attanasio che, dopo “Il condominio di Via della Notte”, dà, ancora una volta, prova magistrale di una scrittura lucidamente intrisa di bellezza e vigore.

Una figura indimenticabile, a noi restituita oltre la congiura del tempo e del potere. Rose Montmasson, non più Madame Crispi, la nostra Rosalìe, per sempre viva, fino all’ultimo documento, quello riportato da Felice Cavallotti nella sua «Lettera agli onesti di tutti i partiti», vero atto d’accusa contro la classe dirigente e la corruzione dilagante nell’Italia crispina.

A lei, a tutte le Rosalìe della storia, finalmente una grande scrittrice, Maria Attanasio, ha reso giustizia e memoria.

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