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“Oscillavano lievi al triste vento”

7 Aprile 2017
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In questi ultimi due giorni ci si è a ragione indignati per le crude immagini dei bambini e dei civili morti  in seguito al raid aereo di Assad, o vero e proprio attacco chimico che fosse – affare su cui sussistono ben pochi dubbi – immagini che sono rimbalzate con cruda evidenza qua e là per i social.

Qualcuno ha invocato con voce pietosa che le foto di un simile abominio non venissero più pubblicate perché turbavano certi cuori più sensibili.

Indignazione, dunque, oltre che per l’evento in sé, per l’eccessiva divulgazione di quelle testimonianze; ma, nel momento in cui tale sovraesposizione cesserà per altre esigenze di cronaca, ciò non ne annullerà il dato di fatto in tutta la sua brutale evidenza.

Per certe scene non ci sono parole. Se la vita è sacra, al di là di ogni credo religioso, quella di un bambino, poi, è un bene inestimabile, ed è da esecrare per l’eternità chiunque recida una vita innocente, tanto più quando colpisce, in essa, la Speranza dell’umanità, poiché tali sono i bambini.

Per l’attacco pare sia stato usato il gas sarin o sostanze simili, che ad altre atrocità belliche, inevitabilmente, rimandano. Nella storia delle armi chimiche il sarin o gas nervino è una vecchia, per modo di dire, conoscenza: esso fu infatti approntato nei laboratori della Bayer, nel 1939, agli esordi della barbarie nazista.

A volte la realtà –come ricorda una nota Avvertenza pirandelliana – supera la fantasia. Senza quei filmati dei lager nazisti non avremmo forse mai considerato nella sua accezione più cupa il male nell’uomo, o avremmo stentato nel credere vere le voci dei superstiti.

Ricordo però anche, come fosse ieri, il dolore e lo strazio di una donna, il cui figlio era stato ucciso, e la foto del suo giovane volto sfigurato era stata mandata in onda in un noto programma televisivo d’informazione, e mi riferisco ad eventi ben più recenti dello sterminio nei forni crematori.

Ormai si è passati all’eccesso: dal tabù della morte, o dal viverla in una sua aura di sacralità, all’opposta esibizione, sfacciata e irriguardosa.

Ma il rammarico, ogni forma di compassione o la commozione fine a se stessa sono vani, qualora manchi una decisa volontà di cambiamento; le cetre  appese“al triste vento” servono a ben poco, in una società all’insegna del diffuso “bellum omnium contra inermes”, a partire dalla nostra spicciola quotidianità.

Le lacrime di coccodrillo sono superflue e ipocrite. Ci si può indignare e risentire quanto si vuole per la crudezza di quelle foto, il rispetto umano è vero, vien prima di tutto. Ma, essendo il fatto in sé ancor più abominevole, non è certo tacendo – o non pubblicando certe fotoche si arginerà la violenza, né la violenza potrà mai risolversi con la violenza.

La Pietas ha senso solo quando insegna, e così ci migliora.

La Storia, ahimè, è molto spesso tutta un’altra storia, e la violenza ne è purtroppo la nota predominante, irrimediabilmente connaturata alla nostra specie, alla nostra natura.

 

Immagine in alto: Schindler’s List (La lista di Schindler), 1993.

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