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“Portare alla ribalta Fiamma Fogliani è stata indubbiamente una bella scommessa”

2 luglio 2019
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INTERVISTA a Paola Maria Liotta a cura di Maria Lucia Riccioli (“La Civetta di Minerva”, 15 giugno 2019)

“La Civetta di Minerva ha incontrato per voi Paola Maria Liotta, appassionata docente, fine poetessa e scrittrice (i suoi lavori poetici e narrativi le hanno meritato l’attenzione di critici e giurati in vari concorsi letterari come il Premio “Pietro Carrera” e il Premio Letterario Città di Castiglione “Cento Sicilie Cento Scrittori”), animatrice culturale nella sua Avola e oltre. “Piano Concerto Schumann” è il suo ultimo romanzo, uscito per i tipi de Il Seme Bianco.

 

-Fiamma Fogliani, il maestro Marni e una misteriosa spinetta, “invenzione” all’interno di ciò che è manzonianamente “storia”, ovvero la musica e compositori come Schumann… quanto del tuo amore per la musica è confluito nella stesura del tuo romanzo?

 

L’amore per la musica convoglia e rappresenta molti altri amori, molti altri sensi e sentimenti. E non ritroviamo nel romanzo solo Schumann, il cui celebre Piano Concerto gli dà il titolo e ne catalizza vicende e intrighi, ma anche molti altri bei nomi della musica. Le notizie legate all’invenzione del fortepiano, sullo sfondo, delineano il quadro perfetto in cui le passioni, le gioie, la forte testimonianza di vita della mia protagonista si incarnano a pieno. Per dare voce, corpo e spiriti a lei, Fiamma Fogliani, sensibile e tenace, profondamente vocata alla musica, che considera la sua lingua più vera, la tecnica della ricerca e quella della scrittura intessono una partitura che si presta al mutevole gioco del caso, all’alternarsi dei toni, scorrendo le pieghe più riposte della sua anima e riflettendo, come in un gioco di specchi, quel che i suoi occhi colgono, quel che lei sente: il dettaglio distonico nell’armonia di un’esecuzione, le zone d’ombra dello lo sfavillante mondo in cui vive, gli incubi di realtà sinistre, richiamate proprio dagli intrighi fioriti attorno alla spinetta d’epoca che le viene donata, i tanti personaggi che la circondano, ognuno latore di un’interiorità, di proprie istanze, magari appena delineate, però non meno coerenti e vivide di una loro urgenza. La scrittura, poi, è fatta di lettere e di suoni e, come una musica, può riprodurre, anche così, la musica della vita, e le sue luci, e le sue ombre. E tutto ciò fa lievitare di emozioni quanti s’immergono nelle pagine. La quête di Fiamma diventa la nostra. Il suo concerto ci fa navigare dal passato al presente, e poi ci proietterà nel futuro, dove, magari, la nostra pianista si slancerà in nuove, magnifiche avventure, tutte segnate dall’amore che trasfonde in ogni aspetto della vita.  Sicuramente, questo romanzo è un atto d’amore profondo per la musica, “la più rivelatoria di tutte le arti”, come asserisce, in un passo del romanzo, uno degli affascinanti personaggi maschili che ruotano attorno a Fiamma.

 

-Non sei nuova all’alternarsi di libri in prosa e di poesia… come convivono in te la narratrice e la poetessa oltre che la docente?

 

La narratrice in prosa e in versi e la docente convivono, in me, come i famosi “tria corda” dal momento che le possibilità della scrittura sono infinite, e tuttavia non possono risaltare e risolversi in arricchimento, che sia di ulteriore sprone alla ricerca, se non sono orientate da un ideale, da un progetto, da una tensione che permetta di scandagliare, come dal sommerso dell’io, sprazzi d’immenso, bisogni, aneliti di verità e giustizia, le inquietudini del nostro tempo, le nostre brame, ideali e impulsi che ci proiettano verso gli altri. Il tassello importante del percorso della scrittura, come un itinerario verso la luce, è quello che comporta il passaggio al “noi”, quel rivolgersi agli altri dopo aver buttato su carta quanto ritenevamo importante portare alla luce. Non potrei preferire la scrittrice, per esempio, alla docente, o viceversa. Mi esploro in questo e in molti altri modi, cercando di instillare nei miei studenti l’amore per la lettura. Per me, scrittura creativa, laboratorio di scrittura, biblioteca di classe sono parole magiche. Amo scatenare nei ragazzi la consapevolezza delle possibilità che un libro convoglia in sé. Le parole veicolano idealità, interiorità, speranze, e oggi c’è molto bisogno di idee, e di bellezza, e di speranze, e di valori, per dirla in termini forse abusati, ma non meno urgenti. L’amore per ciò che faccio si traduce esattamente pure in Paola che scrive in prosa, Paola che scrive in versi, Paola che insegna. E anche in molte altre Paole, tutte riflessive, impavide, piene di voglia di fare, di mondi da scoprire, di idee da tradurre in mondi immaginari che insegnino ai nostri giovani a volere il meglio, per sé stessi, per questo nostro mondo bisognoso d’amore, devastato dall’egoismo, insanguinato da guerra e violenze di ogni sorta. E il riferimento agli aspetti negativi del reale rintocca in tutto il romanzo, in contrapposizione con la bellezza e con la bontà evocate dalla musica di Fiamma.

 

-Scrivi che “La musica è energia, ma anche controllo; è rigore, ma anche avventura”. Credi possa dirsi lo stesso della scrittura?

 

Direi proprio che, come per Fiamma Fogliani, la protagonista del “Piano Concerto Schumann”, la musica di Schumann, tutta la musica è vita, così per me la scrittura è musica. La scrittura è un’esigenza insopprimibile, che risuona, come musica, di vibrazioni, di sonorità, di echi, quelli che intarsiano il percorso di ricerca che il romanzo presuppone e traccia e disvela davanti ai nostri occhi. Leggendo di Fiamma, non si può non immaginarsela vibrante e appassionata, al suo piano. Per infondere questa vita alle parole, si scommette su di sé, ci si precipita a capofitto in un mondo che sta nascendo evocato sulla carta non meno reale di quello in cui viviamo, e non si può deviare o filtrare quanto sta nascendo mentre lo si crea, mentre lo si vive. Come in un itinerario di progressivo disvelamento, cogliamo se il discorso risuona dei significati che vorremmo imprimergli quanto delle risonanze che esso può scavare dentro, al leggerlo. Il rigore che deve permeare la scrittura è il giusto senso del decoro, che sprona a scrivere senza indulgere in deviazioni superflue, baroccheggianti, o di superficie perché la coerenza della storia dipende da come un autore rinuncia al suo, di “io”, per dare voce direttamente ai personaggi.  Il rigore e l’eleganza sono connaturati sia alla buona musica che alla buona scrittura: dipende da quanto si è fedele a criteri stilistici di buon gusto che corrispondano esattamente all’onestà dei nostri stessi intenti di scrittura. La storia si rivela e piace nell’esatta misura in cui scatta il riconoscimento di chi legge in quelle pagine, ricreandosi la storia, sentendole in consonanza con il proprio mondo interiore. Chi legge lo sente benissimo se l’autore sta barando, se sta configurando il solito cliché, se non si è realmente tuffato nella storia. Da ciò, l’importanza della libertà quando si scrive. Non si possono, a tavolino, schematizzare rapporti, ruoli, funzioni dei personaggi in vista di un fine preordinato dall’esterno. La scrittura è una bellissima avventura dello spirito, se ci trasporta nell’altro, nell’oltre, e sempre in adesione con quanto sentiamo, con quanto vogliamo dire, con il messaggio che affidiamo al nostro scritto.

 

-Fiamma Fogliani è artista e donna. Quanto ha contato per te confrontarti con le figure di musiciste come la tua protagonista?

 

Nel romanzo vi è una miriade di figure femminili: pianiste come Annie Fisher, Clara Haskil, la grande Clara Wieck Schumann, Martha Argerich, Hélène Grimaud, ma anche artiste, tipo la Giovanna Fratellini, più nota con il cognome del marito, appunto, pittrice di corte che fu paragonata alla grande Rosalba Carriera e fu la ritrattista della Gran Principessa Beatrice Violante di Baviera. Quest’ultima visse proprio alla corte medicea e dovette conoscere il ‘nostro’ Bartolomeo Cristofori, l’inventore del gravicembalo col piano e col forte, cioè l’antenato del pianoforte. Di Beatrice Violante leggiamo anche nella “Camicia bruciata” di Anna Banti. Man mano che la storia cresceva in me e sbocciava nelle mie righe, ho ritrovato nel cammino tutte queste figure; alcune le conoscevo già: amo molto la Argerich, come pianista, e la Grimaud. Menzionare Beatrice Violante di Baviera mi ha permesso di dare il giusto risalto a una figura di spicco della corte medicea, che fu anche molto colta, prese parte alla vita culturale delle accademie del tempo e che sarebbe divenuta un’ottima statista, reggendo la città di Siena. L’ultima volta che, in pubblico, ho accennato a questa galleria di figure eccezionali, e spesso le donne stanno ai margini della storia, nei libri, mi son sentita dire, proprio da una donna: “Lei non ama molto gli uomini”. Ecco, vorrei sconfessare quest’idea. Rendere anche indirettamente il giusto tributo a figure obliate, o meno note di corrispettive personalità maschili, ha validato la mia scrittura di quegli slanci che io amo esprimere. Anche portare alla ribalta Fiamma Fogliani è stata indubbiamente una bella scommessa per dare corpo a ciò che io amo, alla vera bellezza, che ci deve guidare verso il meglio.

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