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Quella volta che l’Ussaro salì sul tetto

28 Aprile 2017
Paola Liotta Ussaro sul Tetto
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Con i costumi di Franca Squarciapino e le scene di Ezio Frigerio, il viaggio dell’Ussaro di Giono  si snoda avvincente e terso d’avventura, ai nostri occhi, ancor prima di averne letto il romanzo. Il film è “L’ussaro sul tetto”di Jean-Paul Rappeneau, del 1995, ed è tratto dalla prima opera della cosiddetta “trilogia”, tradotta in lingua italiana – dei quattro (in realtà furono ben cinque) libri ad Angelo Pardi dedicati  – dello Scrittore di Manosque.

ussaro locandinaPer quanto l’affresco generoso della Provenza e della storia d’Italia di quegli anni vi si delinei attraverso vicissitudini, duelli e imprese di Angelo, in un susseguirsi di sfondi meravigliosi, mediterranei e soleggiati, alternati ad altri sempre più cupi e ombrosi, l’incanto della scrittura e l’estrinsecazione di questa  magia – e della anche la vena fabulatoria di Giono – nel film sono appena adombrati attraverso il concatenarsi di tratti melodrammatici, densi di pathos, e tratti ora crudamente realistici ora persino sfumati di noir, in una varietas di situazioni che rendono comunque l’idea della versatilità di un’ispirazione, di uno stile.

Ad occhi ben più smagati la trama potrebbe rasentare quella del feuilleton ottocentesco, condito di tutti gli ingredienti del genere, caricato da una fotografia e da una colonna sonora intense e romanticamente intonate al cliché della grande epopea risorgimentale, di cui l’autore ha congegnato intreccio e successivi sviluppi ad oltre un secolo dagli eventi narrati.

Il romanzo L’Ussaro sul tetto, pubblicato per primo, nel Ciclo dell’Ussaro, non lo è, in realtà, né in ordine di composizione né secondo quello dei fatti in esso ambientati, in quanto “Angelo”, del 1958, ne costituirebbe l’antecedente Paola Liottanecessario. Tuttavia esso, ideato e composto tra il 1946 e il 1951, squaderna in Angelo Pardi le credenziali d’ordinanza del tipico eroe ottocentesco, che tutti gli altri eroi famosi incarna e riepiloga: quelli che Giono aveva letto e amato, dalla grande tradizione romanzesca, Stendhal e i narratori russi in testa, andando indietro, a ritroso, fino all’epopea classica.

Sarei pure disposta ad auscultare, prima ancora di tensioni stevensoniane o ulissiache, certo piglio egotico di un Julien Sorel nel suo protagonista, nella grazia imperiosa e fragile del giovane, che ci resta consegnato e immortalato, nelle mirabili scene iniziali, in cui egli scivola leggiadro sui tetti di Manosque.

Ussaro sul TettoQuella corsa eterea di Angelo sulle tegole sconnesse, mentre la folla si dà ai suoi istinti, alla follia che replica l’orrore del contagio e della malattia, dabbasso, sulla terra dei comuni mortali, assurge a speranza di salvezza, oltre nembi, veleni ed egoismi della Storia. Maiuscola, questa, ma spesso ritratta con sfrontata ironia nei suoi personaggi più celebri, smascherati nei loro tratti negativi, basti pensare al Mazzini di Una pazza felicità. Il colera, il contagio, le promesse violate dall’opportunismo politico ne diventano la pietra di paragone, nella maggior parte dei casi, anche fatale. Ma Angelo è un eroe, e gli eroi non muoiono mai.

 

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