Appunti di viaggio

QUELLO “STUPORE DELLA CARNE FATTA VOLO”

8 settembre 2017
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Un poemetto dantesco, “Passo dopo passo”, a considerare la singolare progressione di luoghi, modi, snodi che del ricco percorso esistenziale e umano del suo autore, lo scrittore e studioso Sebastiano Burgaretta, ci dicono, e della molteplicità delle figurazioni che lo costellano.

Al di là di precisi rintocchi di sapore dantesco, sono le parole ed i versi, guarda caso endecasillabi, a far fiorire una tessitura di rimandi colti e di nessi originali in cui cogliere il senso stesso del cammino e di quel “lungo studio” e del “grande amore” verso le inossidabili realtà dello Spirito e le sue immortali creazioni. Sono queste le gemme di una ricerca senza tregua, in cui scremare e vagabondare per ciò che più si è amato, salvando i veri beni e, così, chi ce li ha tramandati e le fonti, pimplee o meno, cui ci si è dissetati.

Ci sono “Voci da lontano” anche qui, da coltivare, custodire e tramandare. E il tributo, in “Passo dopo passo”, è in primis linguistico, e poi concettuale, e non soltanto al Padre Dante, in una sorta di polifonia accurata di registri diversi, di espressioni ardite o letterarie, ma anche in omaggio a figure ed eventi miliari della storia letteraria, familiare, epocale.

Per tutto il libello circola un senso della parola che ha dell’austero e del sacrale, e che non è solo la parola rivestita della sua patina letteraria migliore, ma anche l’icastica duttilità del dialetto, la sua natura acerba o soave, e di altre lingue e parlate diverse, in una sorta di adesione ancestrale ad esse, intessendo assoli, duetti, cantate, che diano un senso alla bellezza fantasmagorica del reale e al sogno senza tempo dell’ideale.

Il “mezzo del cammin” è qui la prospettiva privilegiata dell’assorta contemplazione, dei forti echi civili, del recupero della parola forbita o illuminata che doni all’essere umano una chiave di purezza e salvazione, un nuovo codice da cui ripartire per rifondare un’umanità migliore, con ciò prefigurando il destino di ognuno, al pari dei primi pellegrini per gli “agros” della vita, né più né meno del buon “Padre del ciel” di petrarchesca memoria.

Un’alchimia singolare di parole e di vissuto, dove Verità e Fede, Bellezza e Amore, Storia e Memoria, convivono ricomponendosi in sempre assortite soluzioni, dove ci si potrebbe smagare, se non si dovessero seguire i precisi segnali di cui è caricato ogni segmento del racconto che ai testi è affidato.

Qui, ben altre luci attendono il lettore, ed è la scommessa più bella, forse, ripercorrerne le vie non più intrise della “Fatal quiete” di foscoliana memoria, o degli smarrimenti di un Anselmo Paleari, nel buio improvviso di certi lanternoni, per attingerne invece afrori e magie di Spagna, di Grecia, di Sicilia, di lontane lande mediorientali. Un cammino nella storia personale e collettiva della contemporaneità, dell’antico e dell’attuale, un veleggiare nel vasto mare dove Ulisse trovò infine la sua Itaca e quello dantesco, invece, eroe moderno e libero, si inabissò dopo il suo folle volo, irrinunciabile e fatale.

Pregevoli le illustrazioni dell’artista avolese Enzo Politino, tra cui segnalo il “Fulgore di cromatiche armonie” e la “Meseta ancora verde”, a scandire, per sezioni, cadenze e liricità delle pagine.

 

(Il verso citato nel titolo, e riportato tra virgolette, è tratto da “Supereco”, in Passo dopo passo, Algra Ed., 2017, pag. 94)

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