Letture

RILETTURE MARINE: “Ita, fac, mi Lucili”

18 luglio 2017
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Sarà perché Seneca è un autore che mi è molto caro, e non per averlo studiato tanto, e davvero bene, al Liceo, ma, piuttosto, per averlo riscoperto nella mia prassi didattica, ovvero nel mediarlo ad adolescenti in cerca di sé e curiosi del vasto mondo attorno, certo è lui che spesso mi parla dentro, nelle mie passeggiate marine, come anche in certe minute occorrenze quotidiane, battuto solo da un altro grande, che è, naturalmente, l’Exul immeritus, e, a squarci lucenti, in versi e in prosa, dal Recanatese

Ma come cantano, cosa significano quelle righe, quell’Incipit sostanzioso, benché intriso di colloquialità all’apparenza spassionata? Quale monito sempreverde si leva dal “Vindica Te tibi” al “sera parsimonia in fundo est” delle righe finali della I delle Epistulae ad Lucilium? Non credo bisognino affatto spiegazioni, traduzioni, apparati esegetici né riferimenti colti, e di matrice filosofica, e ulteriori citazioni rispetto a quante una buona edizione critica possa squadernare, tanto più un manuale di quelli in uso. Peraltro, ecco un altro valido motivo per non indulgere più di tanto sull’identità del buon Lucilio, sulla cui figura non mi affannerei nihilum, un nonnulla, dal momento che Seneca aspirava a rivolgersi ad ogni uomo, essendo ben consapevole degli esiti nefasti cui il principato neroniano ormai volgeva e della necessità di ritrovare sé stessi, pur nello smarrimento dei tempi, al fine di “Iuvare alios”, sì da affrontare il passo supremo con animo libero e coerente.

 Ogni anno, conclusa l’avventura degli Esami di Stato, rivedere il mare mi procura sempre un certo effetto, di gioia spensierata e, assieme, di smemoramento. Catalizzatrice di questo ricorso mnestico senecano, l’immagine di bellissimi approdi marini, evocati dalla visione del mare di stamani, che ci ha precipitati in ben altri mari e, infine, pure nel Sublime kantiano e nell’ammirazione per la bellezza sconfinata della natura. Magari, poi, essa potesse restare incontaminata dalla mano dell’uomo e, purtroppo, dalle tante, troppe morti innocenti che stanno incupendo le sue acque, le nostre acque: questo sarebbe un affare meraviglioso, iperuranico, quasi…

Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est”. Andiamo a riprenderci il nostro tempo, allora, la nostra humanitas: una premessa, un auspicio, questo, un viatico di vera umanità, di cui i Classici sanno essere gli illuminati custodi e i luminosi, intramontabili messaggeri, anche nei tempi più bui della storia.

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