Letture

Sul “Grande Volo” di Luciano Benedetti-Roncalli

29 marzo 2017
recensione il grande volo
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Non conoscevo Luciano Roncalli prima del dono prezioso di un’amica, che mi inviò, qualche fa, era il 2013, il suo “Al grande volo”.

Dell’uomo, dell’intellettuale e del poeta che Roncalli è stato, tralascio. È stato un grande medico, primario di ortopedia, all’avanguardia, negli anni ’80, per il suo interesse nell’ambito delle cosiddette ‘ultraspecializzazioni’.

I suoi versi, alla lettura, altrettanto lungimiranti, uno sguardo alla grande poesia, al Padre del nostro volgare, e dico di Dante, l’altro alla grande poesia contemporanea. Poesia vera, la sua, poesia di cose, semplice e forte, talora più grave e franta; poesia di illuminazioni, ed essa stessa fonte di illuminazione e verità per il poeta, per quel lettore che vi si ritrovi.

 

“Al grande volo”, l’approdo finale,  terza e ultima delle tre cantiche in cui il poeta – un Dante del nostro tempo –  infine attinge il suo cielo ed il suo paradiso nel recupero della figura amata, quella Leonhor  in cui si incarna la moglie – cui la cantica è dedicata – e in una sorta di omaggio a Machado. Negli undici canti di questa definitiva visione – terrena e celeste – si configura un percorso ideale su moventi e affetti dell’animo, dall’amicizia alla sofferenza, dalla pietà alla rivisitazione degli elementi del paesaggio ligure, che ne risultano trasfigurati, come consegnati ad una dimensione ineffabile e sacra. Con riferimento, proprio nel canto finale, l’XI, ad Albert Einstein:“L’ometto si levò piano dal banco,/raggiunse la lavagna e col gesso vergò/ quei segni misteriosi nel grigiore dell’aula”.

 

Una poesia mai eguale a se stessa, che pure in cadenze prosaiche rinnova un messaggio poetico di primavera dello spirito, sublimato nella figura femminile, “la giovinetta che neppure sfiorasti,/ornata solamente della sua pura forma”, assieme figura concreta e archetipo dell’eterno femminino, “Quanto a lei, corpo nudo”, “il suo volto radiava al cereo lume”.

Una tessitura poetica profonda e delicata, dove la lezione dei classici segna l’odissea del vivente nella foresta di simboli in cui il dato reale si trasforma, nel recupero della memoria, e si eterna: “Il paradiso è qui, Leonhor, nella numinosa radura/ sopra la baia dalle ceneri /risorgeremo al grande volo di un meriggio”. Appunto, il tempo reale si fa metafisico e si veste così d’infinito.

 

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