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Una pagina di Storia: quel 29 marzo di 66 anni fa

29 marzo 2017
La battaglia di Capo Matapan
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Quel giorno di metà marzo del 2011 ho condotto a sorpresa gli studenti della classe quinta E del Liceo Classico “Tommaso Gargallo” di Siracusa, di cui ero la docente di Filosofia e Storia (quell’anno, per soprannumerarietà in Italiano e Latino nella sede di Avola) in aula conferenze e lì vi abbiamo trovato una bella signora, alta e distinta, che si è a noi presentata in primo luogo come docente in pensione, ben consapevole della responsabilità di formare i cittadini di domani.

 

Dopo una  significativa premessa sull’anniversario di Capo Matapan, è stato proiettato un  video che ricostruiva nei dettagli  la battaglia omonima; alla proiezione hanno assistito tutte le Classi Quinte dello storico liceo classico aretuseo, riunite insieme per commemorare l’evento.

La signora, Lucia Bramante il suo nome, era proprio la figlia di uno dei caduti nella terribile notte tra il 28 e il 29 marzo del ’41.

 

il quadro del NonnoNon ricordavo bene, essendo mio nonno stato imbarcato – negli anni della II guerra mondiale – su Zara, Pola e Fiume ma anche sulla Vittorio Veneto, dove fosse impegnato in quel particolare frangente bellico, ma quella battaglia – lo ricordavo eccome – un tempo lui mi narrava con dovizia di particolari, tuttavia semplificati affinché, pur essendo ancora una bambina, io ne comprendessi almeno l’essenziale.

Mai, però, nel suo racconto, un’allusione alle scene tragiche della guerra o all’orrore che doveva aver vissuto, tanto che io mi figuravo quei suoi ricordi in chiave eroica e quasi atemporale, come se nulla di contingente avesse potuto spezzare l’imperturbabile vivacità con cui amava parlarne con me.

 

A seguire, un mio post su un social network e la grande amicizia fiorita tra mia madre e questa signora: dunque, entrambi i loro padri erano stati assieme nella lunga Battaglia di Capo Matapan, il 29 marzo del 1941, l’uno ad insaputa dell’altro. Mio nonno si era salvato e avrebbe un giorno potuto descrivere a me, curiosa alunna delle Elementari, le fasi di Matapan, mentre il giovane padre della signora era morto, lasciandola orfana in tenera età.

 

Poi, il 29 marzo 2011, alle presenza di Autorità civili e militari, presso il Castello Maniace di Siracusa, nel Golfo del Plemmirio, ha avuto luogo una toccante rievocazione della Battaglia (28/29 marzo 1941). La cerimonia è riuscita alla perfezione grazie all’impegno indefesso e all’amore filiale della Signora L. Bramante Iacona che, nello scontro di Capo Gaudo, aveva appunto perso il padre, Maresciallo capocann. Nazareno Bramante, il quale era imbarcato sull’incrociatore Fiume. La fine di quegli uomini era stata atroce, la maggior parte di loro era perita tra le fiamme.

 

Della battaglia, io stessa avevo appreso fin da piccola, infatti il mio nonno materno vi aveva preso parte poiché in servizio sulla corazzata Vittorio Veneto, nave ammiraglia dell’allora Regia Marina.

Quando la nave assieme alle altre unità della flotta sarebbe stata consegnata agli Inglesi, che la pretesero dopo l’armistizio, il nonno vi sarebbe rimasto internato per ben tre anni presso i Laghi Amari (Suez), fino al 1946.

 

E lacrime di commozione, irrefrenabili, in quei momenti del Sessantenario, scanditi dalle note dell’Inno di Mameli e, dopo, dai tocchi lunghi del Silenzio, mi hanno ricondotta a nonno Luigi, a quanto lui amasse la Marina, il Mare, l’Italia.

 

Alla battaglia avevano partecipato, della Regia Flotta Italiana, la corazzata Vittorio Veneto, ammiraglia di squadra, al comando dell’Amm. A. Iachino, sei incrociatori pesanti (I Divisione, Amm. C. Cattaneo: Zara, Pola, Fiume; III Divisione, Amm. L. Sansonetti, Trento, Trieste, Bolzano), due incrociatori leggeri (Duca degli Abruzzi, Amm.di divisione, Garibaldi), tredici cacciatorpediniere (della XIII squadriglia, Granatiere, Fuciliere, Bersagliere, Alpino; della IX squadriglia, Alfieri, Gioberti, Oriani, Carducci; della XII squadriglia, Corazziere, Carabiniere, Ascari; della XV, Nicoloso da Recco, Emanuele Pessagno).

 

La battaglia fu combattuta tra il 28 ed il 29 marzo 1941 nelle acque a sud del Peloponneso, fra l’isolotto di Gaudo e Capo Matapan, e vide coinvolte la squadra navale della Regia Marina italiana, comandata dall’ammiraglio di squadra Angelo Iachino, e la Mediterranean Fleet britannica (comprendente anche alcune unità australiane) dell’ammiraglio Andrew Cunningham. Essa si svolse in due scontri:il primo, nei pressi dell’isolotto di Gaudo, tra la mattina ed il pomeriggio del 28 marzo, il secondo, al largo di Capo Matapan, nella notte tra il 28 ed il 29 marzo.

I morti, per parte italiana, furono oltre 2.3001363 furono i prigionieri, mentre, per la Royal Navy, soltanto tre morti. Rispetto alle nostre forze navali, gli Inglesi schieravano tre navi da battaglia, tra cui l’Ammiraglia Warspithe – con la Barnham e la Valiant –  una portaerei, sette incrociatori leggeri e sedici cacciatorpedinieri.

 

Peraltro, la decriptazione del codice Enigma mise i Britannici nelle condizioni vantaggiose di conoscere in anticipo le scelte strategiche della Regia Flotta.

 

Paola Liotta e il nonnoIl nonno, in qualità di capocannoniere puntatore scelto, stava nella centrale di tiro principale della Vittorio Veneto; essa era posta sotto il ponte protetto tra le due torri di prora ed era dotata di un’ampia strumentazione e di una centrale automatica per l’elaborazione dei dati. In cima al torrione, a trenta metri sul mare, era la direzione tiro, con a lato le plancette delle vedette e sopra l’apparecchio di punteria generale e il comando per far partire le salve. Questa direzione era collegata con la sottostante torretta telemetrica.

Da lì, egli vide apparire l’apparecchio del capitano di corvetta Dalyell-Steed, che si avvicinò a meno di mille metri dalla nave, prima di lanciare il suo siluro, per poi finire abbattuto dalla contraerea italiana.

 

Il nonno, che direzionava il tiro dei siluri, se lo era visto sfrecciare vicinissimo, il capitano D. Stead, e di lui diceva, facendomi sorridere a posta – credo – per mitigare la crudezza dei fatti, “Era ricciolo e biondo”.

 

E con poetica semplicità siglava ogni volta così il discorso, senza che fosse possibile scucirgli altro di quei momenti tragici. Mai una critica né una parola di più, né un qualcosa di attinente alla strategia di Iachino o ad un’eventuale lentezza delle comunicazioni e dei rinforzi.

matapan, rivistaDa vero uomo di mare e fedele servitore della Patria, paroloni che oramai suscitano nei più un sorriso ironico, sapeva cosa volesse dire vivere fino in fondo per un ideale, pur essendo la persona più gioviale e pacifica del mondo, per come io l’ho conosciuto e amato.

 

Questa mia ricostruzione dei fatti, condotta sia sulla base di documenti storici e di siti che ho potuto consultare, sia attingendo alle memorie di mia madre e ai miei ricordi d’infanzia, potrebbe presentare qualche inesattezza, di cui mi scuso in anticipo con i miei eventuali – sì e no – “venticinque lettori” di manzoniana memoria, certa che comprenderanno il mio anelito, il senso di queste mie righe.

 

Immagine in alto: Charles David Cobb, “La battaglia di Capo Matapan” (National Museum of the Royal Navy, Portsmouth)

 

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