Letture

Una pazza felicità

22 maggio 2017
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Nel capitolo primo di “Una pazza felicità”, “Le bonheur fou” (Gallimard, 1957), tradotto da M. Dazzi per TEADue, ritroviamo il nostro Angelo Pardi in quel di Novara, ai primi di marzo del 1848, cioè alla vigilia della grande insurrezione che avrebbe liberato Milano dal dominio austriaco; nella conclusione, invece, per procedimento antipodico, sulla strada di Francia: “In fondo alla via, la luna illuminava le Alpi; al di là vi erano  i cieli aperti”. Un bel rimando questo, all’ “Ussaro sul tetto”, nel cui finale egli guarda, dalla Francia, all’Italia in uno stato d’animo esaltato e pronto all’azione: “ed era colmo di felicità”, così come ce lo descrive il narratore.

Finita l’avventura italiana, un’altra ne inizierà. Allora egli sarà riuscito ad avere la meglio su quelle “ombre molto abili a scivolare sotto i portici, di arco in arco, avvicinandosi a lui” che, con il loro fare sinistro, obbligano ancora una volta il lettore a riflettere sull’irreparabilità del destino di Angelo.

Già parteggiamo per lui, sperando sfugga agli inganni tessuti da uomini cinici e senza scrupoli, e  speriamo possa ricongiungersi alla sua Pauline, benché il romanzo – e tutto il Ciclo dell’Ussaro –vivano proprio del desiderio, dell’appagamento mai vissuto, e la bella aristocratica francese non arriverà a stringerlo sano e salvo fra le proprie braccia, di sicuro eburnee.

In una pazza felicità consiste proprio la tensione vitale di Angelo, gli ideali che la animano.

Ad Angelo, alla sua pazza felicità, al suo guascone guastar la festa agli infami in semplicità, a volte sentirsi un po’ affini non guasta. Per esempio, è un po’ come quando, in amicizia, ti chiedono se sei innamorata. Non si può che rispondere di sì, nella sintonia di essere colti per come si è. Essere innamorati significa in fondo gustare la festa travolgente e rutilante di colori che ci circonda, tra mille faccende, volti, opere, progetti, imprese, emozioni, turbamenti, conflitti, intese.

È qualcosa che nasce da noi, la felicità, uno stato latente, ha appena detto la Crisoforetti su Rai 3, e lei di stelle e bellezze cosmiche credo si intenda ampiamente. Angelo Pardi lo è di tutto ciò che vale e merita, felicemente innamorato, io lo sono di tutti coloro, di tutto ciò in cui mi ritrovo, e di bei sentimenti magnanimi, schietti, dunque le contrarietà mi fanno l’effetto di certe zanzare, di fastidiosi vermi danteschi, da affrontare e schivare al più presto.

Era il maggio odoroso”: come restare insensibili alla bellezza della stagione, al di là delle sue contraddizioni, a quel meraviglioso inganno di vie dorate e orti, al nostro mare, immobile e traslucido della sua immortale grandezza? Come deludere aspettative così belle?

Tale è l’empito di Angelo, che ci trascina nella sua gioiosa consapevolezza di vivere; esso ben si appaia alle infinite visioni d’Infinito leopardiane che, dalle sudate carte, volano lievi fino a noi, schiudendoci gli infiniti spazi, i sovrumani silenzi dell’essere al di là del tempo che è Letteratura.

Allora persino l’assenza si fa miracolosa di ardori, come una promessa di verità e bellezza. L’eroe trionfa in virtù delle sue ragioni puramente ideali in un mondo segnato dalla precarietà, travolto dalla finzione.

La bellezza diventa “strana”, nel “furore” del duello finale tra Angelo ed il fratello Giuseppe, che lo ha ingannato, infine rivelandosi qual è. Costui non è poi meno arrivista e infido di altri, anzi lo è perfino più di quei sicari prezzolati che, con il favore delle tenebre notturne, inseguono il giovane ussaro sin dalle prime pagine della sua epopea. Moderna, perché la meta è inattingibile. O sono “quel pazzo amore” con cui il giovane Pardi assapora il silenzio perfetto, che precede il duello con Giuseppe, e quella sua visione poetica dell’esistenza, scintillante come il cielo di notte, a rendercelo più caro nel suo sempiterno vagare?

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